Notizie storiche
Non se ne conosce la data di fondazione; si sa solo che all’inizio del secondo Millennio il monastero era già una realtà grande e importante. Era dotato di ampi possessi feudali con un nucleo centrale comprendente il territorio degli attuali comuni di San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo, e da una moltitudine di possessi sparsi per tutta la Puglia. Sono di questa epoca i documenti più antichi che delineano i confini dell’abbazia garantendoli da tentativi di invasione e di usurpazione.
Dicono che il primo nucleo del monastero di San Giovanni in Lamis, oggi convento di San Matteo, fosse costituito da una chiesetta attorno a cui una tettoia, o un cortiletto coperto venivano alloggiati i pellegrini abruzzesi e molisani diretti alla grotta di San Michele. Non c’è niente di scritto, ma i pochi ruderi di muri e di cisterne arroccati nei dintorni fanno pensare che la tradizione sia fondata. In effetti, il santuario è a meno di una giornata di cammino da Monte Sant’Angelo; è plausibile, quindi, che i pellegrini, già da tempi antichissimi, utilizzassero il sito, posto sul pendio di mezzogiorno, al riparo dai venti e ben soleggiato, per riposarsi prima di intraprendere l’ultima giornata di cammino per la grotta dell’Angelo.
Da questi documenti si colgono segni interessanti relativi alla vita interna e ai rapporti con le autorità statali ed ecclesiastiche. L’abbazia era fervente di attività, ricca, stimata dal papa e dalle autorità bizantine e normanne.
Durante il XII secolo iniziò il lento declino dell’abbazia. Nel 1177 il re normanno Guglielmo II assegnava come bene dotalizio alla sua sposa Giovanna figlia di Enrico II d’Inghilterra, l’Honor Montis Sancti Angeli, di cui l’abbazia di S. Giovanni in Lamis e il suo territorio facevano parte.Con Federico II il monastero venne privato del casale e del territorio di San Giovanni Rotondo.
Con l’avvento degli Angioini, il monastero fu reintegrato nel possesso feudale di San Giovanni Rotondo, ma le sue sorti non furono più felici. Il monastero stava soffocando schiacciato dagli opposti interessi di papi e di re, dilaniato da lotte interne, in profonda crisi di identità, avvelenato dalla sua stessa mai risolta ambiguità di fondo di realtà ecclesiastica e feudale, costretta da suo stesso peso economico e sociale a far continuamente i conti con potenti e prepotenti, fino a rischiare di dimenticare i propri valori fondanti, quelli religiosi.
Alla fine del sec. XIII la decadenza era compiuta. Costretto a cedere le sue terre migliori, oppresso da pensioni e balzelli, il monastero si ridusse a mendicare la sua stessa sopravvivenza.
Si pensò che la soluzione migliore fosse unire il moribondo monastero di San Giovanni in Lamis e quello cistercense di S. Maria di Casanova, in diocesi di Penne. Questo era stato fondato nel 1197. A cento anni dalla sua nascita era in piena espansione, avendo rilevato, con regolare atto di unione, l’antico monastero di Santa Maria all’Isola sito nell’arcipelago delle Tremiti.
Le riunioni, i patteggiamenti, condotti sotto la regia di Giacomo Duèse arcivescovo di Frejus e cancelliere del re di Napoli, poi papa col nome di Giovanni XXII, terminarono il 20 febbraio 1311 con la firma di Clemente V in calce alla bolla con la quale si stabiliva che l’abbazia di San Giovanni in Lamis, perduta la sua autonomia, venia aggregata, tamquam filia, a quella cistercense di Santa Maria di Casanova.
Fu subito chiaro che l’operazione non era stata cristallina e cha la fretta di alcuni passaggi essenziali era sospetta. I ricorsi dei superstiti benedettini ‘neri’ aprirono il tratto più buio e tragico della lunga storia del monastero, che si concluse il 7 giugno del 1327, quando il papa affidò l’amministrazione di tutti i beni badiali al card. Matteo Orsini, arcivescovo di Siponto, eletto per l’occasione Abate Commendatario.
L’istituto dell’Abate Commendatario, perduto ben presto il suo carattere provvisorio, si consolidò dando origine a una lunga serie di personaggi che terminò solo nel 1782 quando il beneficio abbaziale venne dichiarato di Regio Patronato e l’Abate Commendatario fu privato di ogni giurisdizione.
Seguirono due secoli e mezzo di vita stentata costellata di eventi tristissimi. In questo periodo si perdono le tracce dei cistercensi. Nel sec. XVI il monastero era quasi abbandonato e in pessime condizioni.
Nel 1578 il vecchio monastero fu affidato ai Frati Minori Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia.
L’arrivo dei Frati Minori Osservanti avvenne sulla spinta di una vigorosa ripresa religiosa che vide come protagonisti una nuova generazione di pellegrini che venivano ad aggiungersi a quelli che, dalla più remota antichità, continuavano a passare diretti alla Grotta di San Michele. Da qualche anno la chiesa abbaziale di San Giovanni in Lamis ospitava una preziosa reliquia: un dente attribuito all’Apostolo ed Evangelista San Matteo.
Da tutte le zone di Capitanata e della Puglia i pellegrini salivano a rendere devoto omaggio a San Matteo. La loro frequenza era tale che anche il nome dell’antica abbazia, San Giovanni in Lamis, venne dapprima affiancato e poi definitivamente sostituito dalla nuova denominazione.
Da questo momento l’abbazia, divenuta convento francescano, e l’ente ecclesiastico ‘Badia di San Giovanni in Lamis’, con a capo il suo Abate Commendatario, col suo feudo, le sue rendite, i suoi processi, le sue giurisdizioni ecc, vissero due vite parallele ma ben distinte. La convenzione firmata dell’Abate Commendatario Vincenzo Carafa e dal ministro provinciale dei Frati, P. Luigi da Nola, assunta e legittimata dal Breve di Gregorio XIII del 14 aprile 1578, sancì una svolta radicale. Ormai era un santuario in cui la frequenza dei pellegrini e l’attività pastorale era più importante dell’amministrazione dei beni. Nel sec. XVII la vita del vecchio monastero, che ormai tutti chiamavano ‘convento di San Matteo’, si era radicalmente mutata. Il convento era conosciuto in tutta la Capitanata, nell’Abruzzo, nel Molise e in Terra di Bari.
I pellegrini arrivavano numerosi e, con essi, copiose offerte, per lo più in natura. Si pose mano a un vigoroso programma di ristrutturazione dell’edificio. Le greggi del convento crescevano. Nel 1634 il Capitolo Generale dell’Ordine istituì nel convento di San Matteo e nel suo gemello convento di Stignano, ambedue a San Marco in Lamis, i due noviziati della Provincia monastica. Il convento si popolò di giovani novizi e di fratelli laici i quali giravano tutta la Capitanata per la questua del grano, dell’olio, del vino ecc.
I contadini e i pastori della pianura e della montagna portavano l’offerta di agnelli, puledri e maialetti. Tra i sec. XVII e XVIII San Matteo diventò un centro fervente di vita religiosa, conosciuto e stimato, abbondante di beni materiali. L’intera Provincia monastica gravava sul convento per le sue spese ordinarie e straordinarie.
Nel sec. XIX anche il nostro convento fu travolto dalla bufera rivoluzionaria e risorgimentale. Nel 1811 nella generale soppressione degli Ordini Religiosi, San Matteo fu risparmiato perché offrisse un tetto ai numerosi religiosi cacciati dalle altre case. Reintegrato nella Provincia monastica con la Restaurazione, incappò dopo qualche decennio nelle leggi eversive che il nuovo governo nazionale aveva varato contro gli Ordini Religiosi. Nel 1867 il convento fu acquisito dal Comune di San Marco in Lamis. |