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Il convento di San Matteo e il Gargano spigolature di storia e di letteratura Franciscus Gonzaga
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De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus, de Regularis Observantiae institutione, forma administrationis ac legibus, admirabilique eius propagatione. Roma, 1587.
“Il convento di San Giovanni in Lamis
Quando i padri Cistercensi si trasferirono altrove, l’illustrissimo Vincenzo Carrafa dei Cavalieri di San Giovanni, priore della Pannonia e Abate Commendatario del luogo, chiese al Sommo Pontefice Gregorio XIII, nell’ano 1578, sesto del suo pontificato, che questo monastero fatti salvi i diritti dei predetti padri Cistercensi, fosse trasferito ai Padri di questa Provincia, affinché l’edificio dedicato a San Giovanni in Lamis, o, come altri preferiscono, al B. Matteo Evangelista, retto moltissimo tempo prima nella solitudine del monte Gargano e abitato per molti secoli, abbandonato a se stesso, non corresse l pericolo di crollare e ridursi a rudere.
In seguito, dopo le necessarie riparazioni, curò che
venisse abitato da undici religiosi. Se qualcuno, morso da cane
rabbioso, unge la ferita con l’olio della lampada del B. Evangelista
Matteo vene liberato dal male. Lo stesso rimedio giova anche agli
animali affetti da rabbia. Questo è il motivo per cui la chiesa viene
indifferentemente di San Giovanni o di San Matteo, di cui con grande
diligenza nel sacrario si conserva un dito.” |

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Serafino Razzi O.P.
Viaggi in Abruzzo, Introduzione e note di Benedetto Carderi O.P., Pescara, Stamperia d’arte Nicola d’Arcangelo, 1968.
Parte settima. Viaggio a Santo Angelo nel monte Gargano l’anno 1576 (Pag. 195).
“Il Giovedì ‘ 27 settembre, detta messa, e fatta collazione
partimmo dalla Procina, et al nono miglio, nell’entrata del Monte Santo
Angelo, trovammo Santa Maria di Stignano, divozione che ottanta anni
sono si scoperse: e sessanta che fu data a i padri Zoccolanti. I quali
usano a tutti i viandanti che qui arrivano la charità, se però la
chieggono e la vogliono. E ci narrò il Vicario di detto luogo, come una
botte di vino, solita durare un mese, per i meriti della gloriosa
Vergine, dandone a i devoti pellegrini era durata due mesi.
Da Stignano, beuto che havemmo un poco ancora noi,
partimmo, et salendo per quella valle trovammo al terzo miglio San
Marcuccio, Terra picciola e murata, abondante di pomi, e di castagne. E
più alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan
Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore d’Ungheria, ove sono
liberati gli Indimoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati
sono sanati. E cinque altre miglia più avanti, trovammo San Giovanni,
Terra posta alle radici del monte più interno di Santo Angelo, verso
oriente. Ove fummo alloggiati, e ben trattati dal signor Vicario
forese, o vogliamo dire Foraneo, Don Bernardino del fiorentino, nipote
del Vicario generale dell’Arcivescovo di Manfredonia: per essergli noi
stati raccomandati dal p. fr. Domenico da Penna. Abonda questa Terra
singolarmente di mandorle, onde nella stanza in cui dormimmo n’era un
gran montone”.
Riccardo Bacchelli
Agnus Dei
La ferocia ciuchesca in un ex voto del Santuario di San Matteo
“Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli
giovò quando all’età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di
grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che
l’avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e la
polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all’osso
del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva
che servissero solo a levar la polvere dalla schiena affilata
dell’animale, e a far stringer vie più le mascelle.
Allora intervenne San Matteo,
protettore della rabbia degli animali, a disserrar quei denti, quando
anche l’osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.
La
scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al
naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel
convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis. Vi si vedono bastoni
levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone
del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l’animale,
che non dalle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una
cornice di nuvole. Dall’altro canto del cielo,in una rosa di visi
d’angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose.
Il ciuco schiavarda la spada di Sansone, e le legnate si fermano in
aria. Molti bastoni rotti al suolo mostrano quante gliene avevan già
date inutilmente.
Ma nel quadro non potè
entrare il seguito. Il padrone del ciuco, un contadino duro come il suo
animale, pretendeva d’essere rifatto dei danni, e voleva due pecore dal
padre di Matteo, pastore. Diceva essergli stato sconciato l’asino, il
più bello d’una annata che al mercato d’animali in Cerignola non se ne
vide l’uguale mai più; e che la colpa era del ragazzo, passato troppo
vicino alla bocca del somaro.
Vociavano
sotto il sole in mezzo di strada fra le pecore indifferenti e il ciuco,
che in effetti aveva sbassate le orecchie e tremava sulle gambe
stecchite. Matteo, fasciato con tela di sacco dal fratello maggiore,
smise di gridare al veder l’avido contadino avvolger le mani entro i
velli delle due più grasse pecore; andavano appunto a Foggia per la
tosatura delle lane; e si ribeveva, il ragazzino, le lacrime, al veder
mettere le mani aliene nel gregge, e sgranava gli occhi. Chi non sa
farsi valere non faccia il pastore, sulle strade e per valli e montagne
senza difesa né ragione, se non se la fa lui.
Il
contadino, se non fuggiva alle prime, ne prendeva quante il suo ciuco;
e Matteo gli tirò anche lui la sua sassata, col braccio sinistro che
gli serviva all’uopo da quanto il destro.
Fai onore al nome nostro, - gli disse il padre fischiando alle pecore che s’erano un poco sbandate ai lati della via.
Il
nome della famiglia era Mancino Di Dio; e s’incontra in Capitanata, ma
che cosa significhi, se protezione particolare di Dio, o scherno
antico, o ricordo di braveria e furfantaggine del primo che lo portò, o
condizione di nascita particolare, non saprei. Matteo non conobbe la
madre, e sorelle o non ce n’erano state o erano andate perse nel
transumar della famiglia dal piano al monte e dal monte al piano.
La
ferita non fu più sfasciata, poiché il sangue di quel Mancino Di Dio
cicatrizzava la carne meglio che non potesser fare dieci medici e cento
impiastri; sul braccio rimase poi una profonda e rossa corona.
Per
intanto, raccolte le pecore, le avviarono per la strada, col padre in
testa che si prese in collo Matteo, involto in una vecchia giacca che
gli faceva da pastrano fino a piedi; col fratello in coda, ammantato
nello scialle grigio; e le pecore col muso basso, e i cani ai fianchi
avanti e indietro colla lingua fuori.
Questa
strada, disse il pastore al ragazzino trattandolo, come meritava per il
coraggio con cui sopportava il dolore e per l’onorato sentimento che
aveva dimostrato tirando la sua sassata al contadino, trattandolo da
uomo, - questa strada è terra rubata a noi e al Re. E ce l’hanno rubata
i contadini, come quello là che voleva due pecore per il servizio che
t’ha fatto l’asino suo, meno bestia di lui e dei pari suoi...”
Antonio Beltramelli
Il Gargano, Bergamo, Istituto Italiano d’arti Grafiche Editore, 1907
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“... Innanzi, sul fondo, simile ad un immenso velario leggermente azzurro, si eleva il promontorio del Gargano. A levante, biancheggia sopra una cima dispoglia che scende a picco sul piano, un paesello che mi dicono esser Rignano, il belvedere delle Puglie. Di lassù si deve scoprire compiuta l’immensità di questi piani.
La corriera (forse non fu mai più ironico il termine per questa vecchia carcassa che tre buscalfane trascinano) procede fra nembi di polvere; ne siamo avvolti; fra l’afa e la polvere si respira a stento; la gola è irritata e inaridita. I miei compagni di viaggio: una vecchia donna e un prete, sonnecchiano: le grosse mani sudice, abbandonate sul grembo; il capo sobbalzante ad ogni sobbalzo di questa scatola infernale che, ruzzolando, ci conduce chi sa verso quale nuovo martirio. Da tre ore si cammina e ne avremo più del doppio prima di giungere a S. Marco in Lamis. (...)
Il versante che guarda il
Tavoliere è brullo; su la roccia cresce qualche raro cerpuglio; nelle
strette e ripide valli che si infoscano in burroni non scorre un filo
d’acqua. L’aridità continua. A poco a poco la scena varia, il piano si
dilegua; fra le rapide svolte si intravvede qualche attimo ancora,
sperduto laggiù, affocato sotto la grande afa meridiana; un senso di
sollievo mi avvolge: siamo nel pieno dominio della montagna. La
vegetazione compare; piccole selve di roveri, siepi fiorite, prati
verzicanti si susseguono su per le coste ininterrottamente; è la vera
pace del verde, la pace che culla l’anima sognante.
Qualche villetta sperduta, qualche capanna di pastore, qualche convento solitario sorgono ad animare la solitudine.
Osservo
una chiesuola cinta d’archi che rposa sotto una rupe squarciata, di
color rossigno; riposa nell’ombra e accanto a lei stormisce un gruppo
di querci centenarie. Non so quale dolcezza infantile mi avvolga;
qualcosa di simile fu nella mia vita, molto lontanamente, quando mia
madre viveva, quando le sue parole bastavano alla mia fede e l’anima,
su la traccia di quelle parole, sapeva un mondo che ora non conosce più.
Più
oltre la strada sale verso gli alti pascoli, poi ridiscende;
biancheggiante nel sole, appare, adagiata nel seno di una breve valle, S. Marco in Lamis.
La
città si distende sotto l’antico convento di S. Matteo che sorge nella
parte più elevata della valle; è ampia, sudicia e caratteristica, come
la maggior parte delle città del Gargano.
Stante
l’ora in cui vi giungo, la vita vi appare torpida e lenta. Pochi sono i
passanti; qualche monello in camicia (una camiciuola che si sforza di
giungere alle latitudini necessarie e che si arresta a mezzo cammino,
lembo inutile al pudore, conservato chi sa per quale tradizione
ignota!); qualche donna che torna dalla fonte o meglio dalla cisterna,
ché fonti quassù non ne esistono; qualche pastore dall’incedere stanco
che, in grazia delle sue cioce, passa silenziosamente senza
farsi avvertire. Poca cosa, in compenso la città dorme. Tutte le
bottegucce sono chiuse, non posso rifornirmi di tabacco e a tale scopo
torna inutile ogni promessa di lucro al mio postiglione se riesca a
svegliare qualche proprietario di una rivendita governativa; egli
risponde negativamente crollando le spalle; conosce bene i compaesani
quando un pugliese dorme non cura guadagno; è più ricco di un Carnegie
o di un Rothschild.
La città si distende e
si agglomera lungo una via abbastanza vasta che la percorre in tutta la
sua ampiezza dall’est all’ovest. E’ leggermente in salita, pessimamente
selciata, con frequenti tracce di spazzatura abbandonata alla delizia
di alcune galline che vi razzolano crogiolandosi al sole. Le case hanno
un aspetto uguale, piuttosto misero; si accalcano l’una su l’altra
quasi per tema che lo spazio vengo loro a mancare; molte finestre cono
adorne di fiori, i quali pongono, su tutto questo sfolgorio di muri
soverchiamente bianchi, una nota varia che ne addolcisce un poco
l’asprezza.
San Marco in Lamis pare abbia
avuto origine fra il settimo e l’ottavo secolo per opera dei pellegrini
Longobardi che venivano a visitare il santuario di San Michele sul
Gargano.
Secondo il Troyli i Longobardi,
risiedenti a Benevento in quel tempo, per opera del vescovo Barbato
(che reggeva allora, oltre quella di Benevento, la chiesa di Siponto
rimasta senza pastore in causa delle invasioni barbariche)
abbandonarono l’idolatria per seguire la fede cristiana. Ebbero in
grande venerazione l’Arcangelo Michele, convinti ch’esso fosse stato
duce della loro conversione.
Data tale
credenza, si stabilì una continua corrente di pellegrini che salivano
reverenti alla sacra grotta di Monte Sant’Angelo. Allora fu che molti
presero stabile dimora in quei dintorni, formando dieci eremitaggi, fra
i quali è da annoverarsi San Marco in Lamis.
I
pellegrini eressero le loro prime capanne in quel luogo per raccorsi
intorno al convento di San Matteo (allore era di San Giovanni, prese
poi in nome di San Matteo per la reliquia del Santo portatovi dai
minori osservanti ai quali era stato concesso) sorto, come afferma il
De Leonardis, sopra un antico tempio di Giano.
Il
paese, che viene lentamente modernizzandosi, sì che, toltone i pastori
i quali scendono raramente dalle loro solitudini, non altri indossa il
pittoresco costume della regione, era popolosissimo. Ora, stante la
grande corrente di emigrazione verso l’America, si spopola lentamente.
Se alcuni lati esteriori e pittorici vengono scomparendo sotto
l’influsso pareggiante della civiltà, rimangono vive tradizioni e
costumanze originalissime, le quali caratterizzano l’indole di questa
fiera popolazione.
Un tempo era in grande onore il così detto fidanzamento violentoche ora viene praticato su piccola scala e quasi più non si usa stante
la particolare prepotenza di poco simpatica applicazione. Dett
fidanzamento consiste in ciò; allorché un giovane prende a benvolere
una ragazza e non si vede corrisposto e teme che, seguendo le comuni
formule in uso, ad una domanda di lui ella debba rispondere con un
diniego, ricorre agli estremi; attende, per lo più di sera, la ragazza
designata e, quand’ella non se ne avveda, con rapido gesto le strappa
il fazzoletto e parte con l’agognata preda.
Per tale perdita la ragazza è inesorabilmente compromessa, ella appartiene ormai anima e corpo al piccolo ladro.
Non
si intende sempre con facilità la ragione dei vari domicili dell’onore,
bizzarro sentimento che ha le instabilità e le adattabilità degli
elementi; comunque sia, la cosa non era troppo comoda per le fanciulle
di San Marco in Lamis e, nel secolo scorso, vi fu chi ne mosse giuste
lagnanze al vescovo di Foggia, il quale, partitosi inpompa magna dalla
sua residenza, giunse alla città dei monti e vi tenne un corso di
prediche per combattere il suddetto costume; delle quali prediche sono
rimasti celebri due versi che si citano tuttavia:
..... Maledetto maledetto Colui che strappa il fazzoletto!
Altra usanza caratteristica a San Marco in Lamis è la cosidetta Processione delle fracchieo, in più chiaro eloquio: processione delle fascine. Si compie la sera
del giovedi santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono
seguiti da una lunga teoria di popolani disposti in due file. Detti
popolani indossano una lunga veste e recano, alla cima di una stanga,
una fascina imbevuta di sostanze resinose. Ad un dato punto, ognuno
accende la sua fracchia ed è allora un immenso rogo, una
fiumana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. La
scena è di un bello orrido insuperabile. In questa esaltazione del
fuoco rivive l’antica anima pagana, il culto alla forza dell’elemento,
che è per noi come il fulcro fra i due termini estremi: la vita e la
morte. |
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