Sito in aggiornamento - Abbiate un poco di pazienza

Biblioteca Padre Antonio Fania del Convento di San Matteo sul Gargano   Antico stemma francescano

  Mercoledì, 10. Marzo 2010: 5 Utenti online
Informazioni
Appuntamenti
Pubblicazioni

Il Convento di San Matteo e il Gargano

Il convento di San Matteo e il Gargano
spigolature di storia e di letteratura

Franciscus Gonzaga

De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus, de Regularis Observantiae institutione, forma administrationis ac legibus, admirabilique eius propagatione. Roma, 1587.

“Il convento di San Giovanni in Lamis

Quando i padri Cistercensi si trasferirono altrove, l’illustrissimo Vincenzo Carrafa dei Cavalieri di San Giovanni, priore della Pannonia e Abate Commendatario del luogo, chiese al Sommo Pontefice Gregorio XIII, nell’ano 1578, sesto del suo pontificato, che questo monastero fatti salvi i diritti dei predetti padri Cistercensi, fosse trasferito ai Padri di questa Provincia, affinché l’edificio dedicato a San Giovanni in Lamis, o, come altri preferiscono, al B. Matteo Evangelista, retto moltissimo tempo prima nella solitudine del monte Gargano e abitato per molti secoli, abbandonato a se stesso, non corresse l pericolo di crollare e ridursi a rudere.

In seguito, dopo le necessarie riparazioni, curò che venisse abitato da undici religiosi. Se qualcuno, morso da cane rabbioso, unge la ferita con l’olio della lampada del B. Evangelista Matteo vene liberato dal male. Lo stesso rimedio giova anche agli animali affetti da rabbia. Questo è il motivo per cui la chiesa viene indifferentemente di San Giovanni o di San Matteo, di cui con grande diligenza nel sacrario si conserva un dito.”

De origine Seraphicae Religionis Franciscanae eiusque progressibus, de Regularis Observantiae institutione, forma administrationis ac legibus, admirabilique eius propagatione. Roma, 1587

Clicca sulla foto per ingrandirla

Serafino Razzi O.P.

Viaggi in Abruzzo, Introduzione e note di Benedetto Carderi O.P., Pescara, Stamperia d’arte Nicola d’Arcangelo, 1968.

Parte settima. Viaggio a Santo Angelo nel monte Gargano l’anno 1576 (Pag. 195).

“Il Giovedì ‘ 27 settembre, detta messa, e fatta collazione partimmo dalla Procina, et al nono miglio, nell’entrata del Monte Santo Angelo, trovammo Santa Maria di Stignano, divozione che ottanta anni sono si scoperse: e sessanta che fu data a i padri Zoccolanti. I quali  usano a tutti i viandanti che qui arrivano la charità, se però la chieggono e la vogliono. E ci narrò il Vicario di detto luogo, come una botte di vino, solita durare un mese, per i meriti della gloriosa Vergine, dandone a i devoti pellegrini era durata due mesi.

 Da Stignano, beuto che havemmo un poco ancora noi, partimmo, et salendo per quella valle trovammo al terzo miglio San Marcuccio, Terra picciola e murata, abondante di pomi, e di castagne. E più alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore d’Ungheria, ove sono liberati gli Indimoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati. E cinque altre miglia più avanti, trovammo San Giovanni, Terra posta alle radici del monte più interno di Santo Angelo, verso oriente. Ove fummo alloggiati, e ben trattati dal signor Vicario forese, o vogliamo dire Foraneo, Don Bernardino del fiorentino, nipote del Vicario generale dell’Arcivescovo di Manfredonia: per essergli noi stati raccomandati dal p. fr. Domenico da Penna. Abonda questa Terra singolarmente di mandorle, onde nella stanza in cui dormimmo n’era un gran montone”.


Riccardo Bacchelli

Agnus Dei

La ferocia ciuchesca in un ex voto del Santuario di San Matteo

L'ex voto al quale si richiama Bacchelli nella sua novella“Al fonte gli era stato imposto il nome di Matteo, che gli giovò quando all’età di dodici anni fu addentato da un ciuco intiero di grande statura, magro come la rabbia e la lussuria e la vecchiezza che l’avevano scarnito sotto il basto e fra le stanghe, sotto il sole e la polvere del Tavoliere. I denti lunghi e gialli erano arrivati all’osso del braccio, a metà fra gomito e spalla; e le legnate a ruota pareva che servissero solo a levar la polvere dalla schiena affilata dell’animale, e a far stringer vie più le mascelle.

Allora intervenne San Matteo, protettore della rabbia degli animali, a disserrar quei denti, quando anche l’osso del bambino cominciava a sgretolarcisi.

La scena si vede dipinta in un ex-voto, dove il sangue umano spiccia al naturale e la ferocia ciuchesca è parlante. Pende con altri molti nel convento di San Matteo sopra San Marco in Lamis. Vi si vedono bastoni levati e i bastonatori sulla strada dove il fatto avvenne; il padrone del ciuco molto più sollecito che non abbiano a sconciargli l’animale, che non dalle urla del bambino; e San Matteo da una parte in una cornice di nuvole. Dall’altro canto del cielo,in una rosa di visi d’angioli, appare colei che non manca mai nelle opere misericordiose. Il ciuco schiavarda la spada di Sansone, e le legnate si fermano in aria. Molti bastoni rotti al suolo mostrano quante gliene avevan già date inutilmente.

Ma nel quadro non potè entrare il seguito. Il padrone del ciuco, un contadino duro come il suo animale, pretendeva d’essere rifatto dei danni, e voleva due pecore dal padre di Matteo, pastore. Diceva essergli stato sconciato l’asino, il più bello d’una annata che al mercato d’animali in Cerignola non se ne vide l’uguale mai più; e che la colpa era del ragazzo, passato troppo vicino alla bocca del somaro.

Vociavano sotto il sole in mezzo di strada fra le pecore indifferenti e il ciuco, che in effetti aveva sbassate le orecchie e tremava sulle gambe stecchite. Matteo, fasciato con tela di sacco dal fratello maggiore, smise di gridare al veder l’avido contadino avvolger le mani entro i velli delle due più grasse pecore; andavano appunto a Foggia per la tosatura delle lane; e si ribeveva, il ragazzino, le lacrime, al veder mettere le mani aliene nel gregge, e sgranava gli occhi. Chi non sa farsi valere non faccia il pastore, sulle strade e per valli e montagne senza difesa né ragione, se non se la fa lui.

Il contadino, se non fuggiva alle prime, ne prendeva quante il suo ciuco; e Matteo gli tirò anche lui la sua sassata, col braccio sinistro che gli serviva all’uopo da quanto il destro.

Fai onore al nome nostro, - gli disse il padre fischiando alle pecore che s’erano un poco sbandate ai lati della via.

Il nome della famiglia era Mancino Di Dio; e s’incontra in Capitanata, ma che cosa significhi, se protezione particolare di Dio, o scherno antico, o ricordo di braveria e furfantaggine del primo che lo portò, o condizione di nascita particolare, non saprei. Matteo non conobbe la madre, e sorelle o non ce n’erano state o erano andate perse nel transumar della famiglia dal piano al monte e dal monte al piano.

La ferita non fu più sfasciata, poiché il sangue di quel Mancino Di Dio cicatrizzava la carne meglio che non potesser fare dieci medici e cento impiastri; sul braccio rimase poi una profonda e rossa corona.

Per intanto, raccolte le pecore, le avviarono per la strada, col padre in testa che si prese in collo Matteo, involto in una vecchia giacca che gli faceva da pastrano fino a piedi; col fratello in coda, ammantato nello scialle grigio; e le pecore col muso basso, e i cani ai fianchi avanti e indietro colla lingua fuori.

Questa strada, disse il pastore al ragazzino trattandolo, come meritava per il coraggio con cui sopportava il dolore e per l’onorato sentimento che aveva dimostrato tirando la sua sassata al contadino, trattandolo da uomo, - questa strada è terra rubata a noi e al Re. E ce l’hanno rubata i contadini, come quello là che voleva due pecore per il servizio che t’ha fatto l’asino suo, meno bestia di lui e dei pari suoi...”



Antonio Beltramelli

Il Gargano, Bergamo, Istituto Italiano d’arti Grafiche Editore, 1907

Immagine di San Marco in Lamis“... Innanzi, sul fondo, simile ad un immenso velario leggermente azzurro, si eleva il promontorio del Gargano. A levante, biancheggia sopra una cima dispoglia che scende a picco sul piano, un paesello che mi dicono esser Rignano, il belvedere delle Puglie. Di lassù si deve scoprire compiuta l’immensità di questi piani.

La corriera (forse non fu mai più ironico il termine per questa vecchia carcassa che tre buscalfane trascinano) procede fra nembi di polvere; ne siamo avvolti; fra l’afa e la polvere si respira a stento; la gola è irritata e inaridita. I miei compagni di viaggio: una vecchia donna e un prete, sonnecchiano: le grosse mani sudice, abbandonate sul grembo; il capo sobbalzante ad ogni sobbalzo di questa scatola infernale che, ruzzolando, ci conduce chi sa verso quale nuovo martirio. Da tre ore si cammina e ne avremo più del doppio prima di giungere a S. Marco in Lamis. (...)

Il versante che guarda il Tavoliere è brullo; su la roccia cresce qualche raro cerpuglio; nelle strette e ripide valli che si infoscano in burroni non scorre un filo d’acqua. L’aridità continua. A poco a poco la scena varia, il piano si dilegua; fra le rapide svolte si intravvede qualche attimo ancora, sperduto laggiù, affocato sotto la grande afa meridiana; un senso di sollievo mi avvolge: siamo nel pieno dominio della montagna. La vegetazione compare; piccole selve di roveri, siepi fiorite, prati verzicanti si susseguono su per le coste ininterrottamente; è la vera pace del verde, la pace che culla l’anima sognante.

Qualche villetta sperduta, qualche capanna di pastore, qualche convento solitario sorgono ad animare la solitudine.

Osservo una chiesuola cinta d’archi che rposa sotto una rupe squarciata, di color rossigno; riposa nell’ombra e accanto a lei stormisce un gruppo di querci centenarie. Non so quale dolcezza infantile mi avvolga; qualcosa di simile fu nella mia vita, molto lontanamente, quando mia madre viveva, quando le sue parole bastavano alla mia fede e l’anima, su la traccia di quelle parole, sapeva un mondo che ora non conosce più.

Più oltre la strada sale verso gli alti pascoli, poi ridiscende; biancheggiante nel sole, appare, adagiata nel seno di una breve valle, S. Marco in Lamis.

La città si distende sotto l’antico convento di S. Matteo che sorge nella parte più elevata della valle; è ampia, sudicia e caratteristica, come la maggior parte delle città del Gargano.

Stante l’ora in cui vi giungo, la vita vi appare torpida e lenta. Pochi sono i passanti; qualche monello in camicia (una camiciuola che si sforza di giungere alle latitudini necessarie e che si arresta a mezzo cammino, lembo inutile al pudore, conservato chi sa per quale tradizione ignota!); qualche donna che torna dalla fonte o meglio dalla cisterna, ché fonti quassù non ne esistono; qualche pastore dall’incedere stanco che, in grazia delle sue cioce, passa silenziosamente senza farsi avvertire. Poca cosa, in compenso la città dorme. Tutte le bottegucce sono chiuse, non posso rifornirmi di tabacco e a tale scopo torna inutile ogni promessa di lucro al mio postiglione se riesca a svegliare qualche proprietario di una rivendita governativa; egli risponde negativamente crollando le spalle; conosce bene i compaesani quando un pugliese dorme non cura guadagno; è più ricco di un Carnegie o di un Rothschild.

La città si distende e si agglomera lungo una via abbastanza vasta che la percorre in tutta la sua ampiezza dall’est all’ovest. E’ leggermente in salita, pessimamente selciata, con frequenti tracce di spazzatura abbandonata alla delizia di alcune galline che vi razzolano crogiolandosi al sole. Le case hanno un aspetto uguale, piuttosto misero; si accalcano l’una su l’altra quasi per tema che lo spazio vengo loro a mancare; molte finestre cono adorne di fiori, i quali pongono, su tutto questo sfolgorio di muri soverchiamente bianchi, una nota varia che ne addolcisce un poco l’asprezza.

San Marco in Lamis pare abbia avuto origine fra il settimo e l’ottavo secolo per opera dei pellegrini Longobardi che venivano a visitare il santuario di San Michele sul Gargano.

Secondo il Troyli i Longobardi, risiedenti a Benevento in quel tempo, per opera del vescovo Barbato (che reggeva allora, oltre quella di Benevento, la chiesa di Siponto rimasta senza pastore in causa delle invasioni barbariche) abbandonarono l’idolatria per seguire la fede cristiana. Ebbero in grande venerazione l’Arcangelo Michele, convinti ch’esso fosse stato duce della loro conversione.

Foto del convento di San Matteo tratta dall'opera del BeltramelliData tale credenza, si stabilì una continua corrente di pellegrini che salivano reverenti alla sacra grotta di Monte Sant’Angelo. Allora fu che molti presero stabile dimora in quei dintorni, formando dieci eremitaggi, fra i quali è da annoverarsi San Marco in Lamis.

I pellegrini eressero le loro prime capanne in quel luogo per raccorsi intorno al convento di San Matteo (allore era di San Giovanni, prese poi in nome di San Matteo per la reliquia del Santo portatovi dai minori osservanti ai quali era stato concesso) sorto, come afferma il De Leonardis, sopra un antico tempio di Giano.

Il paese, che viene lentamente modernizzandosi, sì che, toltone i pastori i quali scendono raramente dalle loro solitudini, non altri indossa il pittoresco costume della regione, era popolosissimo. Ora, stante la grande corrente di emigrazione verso l’America, si spopola lentamente. Se alcuni lati esteriori e pittorici vengono scomparendo sotto l’influsso pareggiante della civiltà, rimangono vive tradizioni e costumanze originalissime, le quali caratterizzano l’indole di questa fiera popolazione.

Un tempo era in grande onore il così detto fidanzamento violentoche ora viene praticato su piccola scala e quasi più non si usa stante la particolare prepotenza di poco simpatica applicazione. Dett fidanzamento consiste in ciò; allorché un giovane prende a benvolere una ragazza e non si vede corrisposto e teme che, seguendo le comuni formule in uso, ad una domanda di lui ella debba rispondere con un diniego, ricorre agli estremi; attende, per lo più di sera, la ragazza designata e, quand’ella non se ne avveda, con rapido gesto le strappa il fazzoletto e parte con l’agognata preda.

Per tale perdita la ragazza è inesorabilmente compromessa, ella appartiene ormai anima e corpo al piccolo ladro.

Non si intende sempre con facilità la ragione dei vari domicili dell’onore, bizzarro sentimento che ha le instabilità e le adattabilità degli elementi; comunque sia, la cosa non era troppo comoda per le fanciulle di San Marco in Lamis e, nel secolo scorso, vi fu chi ne mosse giuste lagnanze al vescovo di Foggia, il quale, partitosi inpompa magna dalla sua residenza, giunse alla città dei monti e vi tenne un corso di prediche per combattere il suddetto costume; delle quali prediche sono rimasti celebri due versi che si citano tuttavia:

..... Maledetto maledetto
Colui che strappa il fazzoletto!

Altra usanza caratteristica a San Marco in Lamis è la cosidetta Processione delle fracchieo, in più chiaro eloquio: processione delle fascine. Si compie la sera del giovedi santo. I sacerdoti, recanti i simboli della religione, sono seguiti da una lunga teoria di popolani disposti in due file. Detti popolani indossano una lunga veste e recano, alla cima di una stanga, una fascina imbevuta di sostanze resinose. Ad un dato punto, ognuno accende la sua fracchia ed è allora un immenso rogo, una fiumana di fuoco che si muove lentamente per le vie della città. La scena è di un bello orrido insuperabile. In questa esaltazione del fuoco rivive l’antica anima pagana, il culto alla forza dell’elemento, che è per noi come il fulcro fra i due termini estremi: la vita e la morte.


Versione stampabile  Segnala

[ Indietro ]

Copyright © by Biblioteca P. Antonio Fania

Altri dettagli li trovi in Crediti.

Puoi leggere i contenuti di questo web come RSS/RDF .

Biblioteca P. Antonio Fania - del Santuario di San Matteo sul Gargano - 71014 San Marco in Lamis (FG)
CENTRALINO: 0882 813111 FAX: 0882 813209