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Biblioteca Padre Antonio Fania del Convento di San Matteo sul Gargano   Antico stemma francescano

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Un anno con...

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P. Michelangelo Manicone da Vico del Gargano, Frate Minore

Da LA FISICA APPULA

Il Gargano, questo sconosciuto

(Libro I, pag. 4)

“Dal Sig. Galanti grande mio amico, e cospicuo Autore della Descrizione geografica e politica delle due Sicilie è stato elegantemente scritto, che in Napoli si conosce forse più lo stato del’Isola di Taiti, che quello delle nostre Provincie. Se ciò sia vero, oppur falso, il decidano altri. Ma se uno dicesse: nelle popolazioni appule si conosce forse più lo stato fisico delle Isole scoperte ne’ mari del Sud dall’intrepido ed infelice Cook, che quello della Regione Appulo-Garganica, forse direbbe una proposizione quanto rattristante, altrettanto vera”.

Necessità dell’osservazione

(pag. 6)

“... essendo il nostro secolo illuminato dall’ottima Filosofia, e dalla circolazione di tutte le notizie importanti, e di esattissime carte geografiche, e topografiche: e che quindi chi di sano e penetrante intelletto è dotato, chi sa legger con riflessione, con arte combinatoria, e con metodo, può agevolmente, stando nel medesimo suo gabinetto, divenire un sagace viaggiatore ed un bravo Fisico. Così, dico, risposto avrebbe l’Albergati; ma non così rispondo io al mio riprensore. (...) gli antichi  arzigogolavano, e i moderni viaggiano, osservano, sperimentano: che in fine se il Fisico non è né peregrinatore, né osservatore, né sperimentatore, egli in vece di fare la Descrizione fisica di una Contrada, non ne farà che un Romanzo assurdo. (...) Ma non basta osservare molto: bisogna rettamente osservare. Chi vede male, seguita a veder male; cioè più vive, più si fa sciocco: il perché il vecchio non è sempre il migliore. (...) Il viaggiatore non può tutto veder da sè; deve dunque necessariamente dipendere dagl’informi altrui. Il perché ho spesso conversato, e tuttavia converso cogli uomini ragionatori, coi Locati apruzzesi, coi Coloni, coi curatoli, coi contadini di buon senso, e finanche coi pizzicagnoli; fommi da costoro comunicare i loro lumi, le loro osservazioni, e le loro esperienze; e procuro di non insaccare alla cieca le notizie, che da essi sento”.

Libro II, Articolo IV (pag. 104)

“Chi non ha mai fatto lunghi viaggi per mare, e né ha mai servito in eserciti in tempo di guerra, non può certamente pretendere di sapere per via di solo studio la navigazione, e la tattica . Insegnate voi l’Anatomia fuori di un teatro anatomico, o la Botanica senza guidar mai i vostri allievi in un giardino di semplici? Voi formerete una scuola di ciarlatani, d’impostori, di pappagalli”.

Le pene di un frate scienziato

(pag. 8)

“Io sono un povero Frate: manco dunque affatto di matracci, di lambicchi, di termometri, di eudiometri, di apparati pneumatico-chimici, e di cento altri comodi per isperimentare. Il perché costretto sono a chiamare in testimonio non pur esperienze patrie, ma cismontane altresì, e trasmontane. Io solamente formerò de’ raziocinj sopra i fatti veduti da altri non solo in Molfetta, in Napoli, ed in Firenze, ma eziandio in Parigi, in Vienna, ed in Berlino; ma ai ragionamenti accoppierò le osservazioni da me fatte nelle peregrinazioni per gli spaziosi campi appuli, e per le scoscese rupi garganiche.

Or ecco come mi riprende colui; un Frate occuparsi in cose fisiche, in luogo di occuparsi alle cose Ecclesiastiche! Io consentirei alla voglia ora di ridere, ed ora di sdegnarmi contro a questa riprensione: ma la riverenza di certi uomini mi ritiene, e mi persuade piuttosto a dire pazientemente intorno a ciò il mio avviso.

Adunque in un Piano di scientifica educazione bisogna diligentemente distinguere il necessario dall’utile, gli studi di obbligo dagli studi di supererogazione, gli studi di fine dagli studi di mezzo. Lo studio della Sagra Scrittura, de’ Canoni, della Storia Ecclesiastica, de’ Santi Padri, della Dogmatica, della Teologia Apologetica, e della Morale Cristiana; ecco lo studio di obbligo, ecco lo studio di fine, ecco il termine delle letterarie fatiche di colui, che a fare il Teologo è destinato. La Matematica, e la Fisica; ecco poi per un Ecclesiastico lo studio di supererogazione, di utilità, di mezzo. L’Ecclesiastico però non dee in queste Scienze del tutto fissarsi. Egli apprender le dee solo per quell’uso, a cui sono ordinate; dovendo egli dirigere le sue mire agli studi di fine”.

(pag. 13-14)

“Or mi fa colui le seguenti dimande: tu perché scrivi tu? scrivi forse per vivere? No, gli rispond’io: dalla pietà de’ Fedeli ho cotidianamente il necessario. Scrivi forse per la Gloria? No; pel suo fumo io perderei il mio riposo. Scrivi forse per la Fortuna? No: un uomo vestito d’un sacco di ruvida lana, e cinto d’un canape, dev’egli pensare alla vita cupida e ambiziosa? Dunque, mi chiede finalmente: tu perché scrivi tu? Scrivo, gli rispondo, per secondare la mia inclinazione, e giovare agli abitanti di questa Regione Apulo-Garganica”.

Un’ipotesi azzardata: un Frate nei salotti

(pag. 9-10)

“Chi non diletta, è da pochi letto. Pochi resister possono ad una lunga serie di raziocinj. I più legger vogliono i libri scritti con uno stil fiorito. La maggior parte di quei, che leggono, amano più il diletto, che l’istruzione. Or sopra soggetti di Fisica possono essi spandersi de’ fiori? ed uno spirito nutrito tra le tetre malanconie di un Chiostro può egli essere bello spirito? ... Potendo le verità fisiche esser con vaghi fiori abbellite, dove, dirai, prenderà l’immaginazione quel vago, capace di renderle belle? Dalla Natura, rispondoti. Questa è un parterre, che produce fiori, che sopra ogni genere di vero spander si possono”.

Or potendo la Fisica essere in un tempo grave e fiorita, adornerò io le mie idee con fiori, ricci, e ricami oratorj? Ahi che difficilissima cosa ella è, che uno spirito nutrito tra i sacri orrori di un Chiostro presentar possa le sue idee sotto un dilettevole aspetto! Ogni arte s’impara; e l’arte di seminar fiori ne’ libri si apprende nel gran Mondo, dove lo spirito è sempre sforzato d’immensamente diffondersi tra una infinità di vistosi seducentissimi oggetti. Bramerei perciò, che il Frate scrittore abbandonasse di quando in quando la povera e beata cella, e pigliasse l’aria delle oneste e gaje conversazioni. La scuola del Mondo gl’insegnerebbe a scriver bene nella propria Lingua. Egli è dell’arte di vestir le sue idee delle grazie dell’immaginazione, come di tutte le arti e mestieri. Coll’esempio, e col veder oprare, e non già ne’ libri s’impara a brillantar diamanti, ed a far tappezzerie.

Io adunque, che in seno della solitudine, e del profondo silenzio ho sempre vivuto, non potrò certamente meritare il titolo di bello spirito”.

I mali della cesinazione

(Libro II, pag. 111)

Perché sonosi fatte tante barbare cesine ne’ vetusti ghiandiferi, manniferi, e picei boschi? Per la semina del grano. Oh demenza! Cesinanti, e non sapete voi che la superstizione consagrò i boschi ai Numi; e che lo spirito della vera religione dettò ne’ riti della Chiesa Ambrosiana le preci per la formazione di essi boschi?”

(pag. 112) “Voi avete bruciato tutto; voi avete voluto seminare su i decorticati monti: ma che ne avverrà egli? La sfaldatura de’ monti restando mercè le alluvioni spopolata della epiderma di terra vegetabile, che le radici degli alberi vi manteneano, il terreno, che per pochi anni darà abbondanti raccolte, diverrà sterile, la fame crescerà ogni anno col disboscamento, ed i coloni s’impoveriranno alla giornata. Cesinanti, voi dalle stolte vostre cesine non otterrete altro fra breve, che una passeggera e stentata focaccia, e rimarrete senza legne, e senza semina”.

(pag. 114)

“Signor Dottore, che ti formalizzi di me, e che tutto sai, fuorché quello, che sapeva Socrate, dimmi: perché il tuo braccio, ed il tuo piede obbediscono alla tua volontà, e perché il tuo fegato poi non la obbedisce? ... Potrei farti un tomo in foglio di quistioni, alle quali tu non dovrai rispondere che con quattro parole: non ne so niente”.

Elogio dei rignanesi

(pagg. 117-119)

“Relativamente ai latticini vaccini del Gargano, essi sono i migliori della Provincia. I caciocavalli sono eccellenti; ma quelli di Arignano sono di un gusto singolare. Chieggo: la miglioria de’ caciocavalli Arignanesi deesi all’ottimo pascolo delle vacche, o alla mano perita del massaro? (....) Posta una tale verità provata ancora da innumerevoli fatti rapportati dal più grande de’ Botanici, pare che la squisitezza de’ caciocavalli di Arigano ascriver si dovesse agli ottimi pascoli; nascendo nel territorio di questa Terra il serpillo, il timo, il polio montano, la melissa, e molte altre erbe salutari, nutritive, e preziose pel bestiame.

Ma il fatto non va così; giacché la miglioria de’ caciocavalli Arignanesi dipende dalla perizia del massaro, che li manipola. primamente, gli erbaggi degli altri paesi garganici sono del tutto simili agli erbaggi di Arignano. Or perché i loro caciocavalli non hanno la squisitezza di quelli di Arignano? poiché i massari di Arignano sono più periti nell’arte di manipolarli. Diffatti venga un massaro di Vico, o di Monte Santangelo a far qui i caciocavalli; questi non saranno più di un gusto singolare. Secondamente, gli erbaggi di una stessa posta appula sono gli stessi. Or perché le ricotte di questa Posta, che nelle piazze di Foggia vendonsi fresche, sono così cattive, ch’io non mai fidato mi sono di mangiarle; ed al contrario quelle, che dai Locati Foggiani si fanno fare per la loro tavola, o per mandarle a regalare, sono eccellenti? perché il massaro manipola queste secondo le regole dell’arte, e trascura nella manipolazione di quelle ogni diligenza. ... Egli è ben vero, che l’erbaggio influisce sulla qualità del latte; ma la varietà de’ formaggi sì vaccini, che pecorini, dipende del tutto dalla mano più o meno perita. Quindi essendosi in Arignano migliorati i caciocavalli, forza è concludere, che gli Arignanesi sono industriosi; ch’era quello, che dovea senza bile, e da galantuomo dimostrarsi contra la proposizione del Giustiniani, il quale nel suo Dizionario Geografico, articolo Arignano, dice, che gli Arignanesi non sono industriosi, egualmente che gli altri tutti de’ paesi, che sono nel monte Gargano”.

Questioni di lingua

(Libro I, pag. 123)

“Nel Gargano gl’inquisiti, i ladri, e i porcari rubano de’ porci, gli ammazzano, gli sventrano, e per cuocerli, gli acconciano in questa maniera. Fanno una buca bislunga nel suolo. Indi in distanza di due o tre palmi dal fondo di essa buca vi pongono orizzontalmente delle grosse legna parallele tra di loro, e su questa graticola di legno vi acconciano il porco. Poscia fanno sul porco uno strato di felce, o di altre foglie, che cuoprono di terra. Finalmente su questo strato di terra, vi accendono un gran fuoco, che pur cuoprono di terra. Il porco in tal guisa acconciato a capo di tre giorni è già giunto alla perfetta cottura; e dicesi, che questo piatto della natura sia sì dilicato, che tentar potrebbe di gola lo stesso Apicio.

Or questo metodo di arrostire il porco, metodo universale fra’ pastori del Gargano, appellasi il porco alla pampanella. Questa è una espressione ben costrutta, ben derivata, e significantissima; perché dimostra bene la cottura del porco fatta colle foglie degli alberi. Il Vocabolario della Crusca è dunque pregato di accettarla senza scrupolo. Ma sgraziatamente in fatto di lingua non v’è salute fuor di Toscana. L’Accademia della Crusca crede lorda e schifosa ogni parola, che non sia purgata nell’Arno”.

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