Le Vie e la Memoria dei Padri Santuari e percorsi devoti in Capitanata
P. Mario Villani e Giuseppe Soccio
Presentazione
Giuseppe Casale Arcivescovo Metropolita di Foggia-Bovino
Sulle nostre autostrade sfrecciano, veloci, migliaia di automobili. Per raggiungere senza intoppi il traguardo i guidatori sono attenti alla segnaletica stradale. E, ogni tanto, si fermano alle stazioni di servizio per far rifornimento di carburante o agli autogrill per una pausa di distensione e di ristoro. Altrimenti, sono guai. Mi è venuta davanti agli occhi questa immagine leggendo il volume del P. Mario Villani e di Giuseppe Soccio, dal suggestivo titolo "Le Vie e la memoria dei Padri - Santuari e percorsi devoti in Capitanata". Perché i Santuari, che sorgono numerosi nelle nostre città o sulle nostre colline, sono come provvidenziali "stazioni di servizio" e segnali luminosi nel cammino della vita. Camminare non vuoi dire correre senza meta. Inebriarsi della velocità. Camminare vuoi dire muoversi verso un traguardo. Dare un senso alla propria vita. Riscoprire la gioia di un cammino compiuto insieme con altri; di una sempre nuova riscoperta di uomini, luoghi, avvenimenti, memorie del passato, fatti del presente. Questo rappresentano i Santuari nella vita dell'umanità. Ci indicano il traguardo finale della vita. Ci consentono una sosta che ci affranca nello spirito e nel corpo. Ci fanno toccare con mano ciò che la fede produce nella storia dell'uomo. Di bello, di artistico, di espressione di solidarietà, di gioia vissuta in clima fraterno. All'uomo, tentato di chiudersi nella breve ed insoddisfacente prospettiva del tempo, il Santuario dischiude la speranza dell'Eterno. All'uomo, che si isola nella disperante solitudine, il Santuario fa sperimentare la gioia di un popolo che si incontra insieme: o per pregare, o cantare, od amare. Che cosa cercavano i pellegrini che si recavano alla grotta dell'Angelo sul promontorio del Gargano, se non la certezza della vittoria sul male contro le ritornanti tentazioni di pessimismo e di scoraggiamento? Che cosa cercavano i pastori che accompagnavano le greggi dall'Abruzzo nella piana dell'Incoronata, se non una risposta ai problemi della vita, che non sono soltanto fame di pane, ma anche conforto e sostegno nella dura lotta per la sopravvivenza? Che cosa cercano i pellegrini che da tutto il mondo si recano a San Giovanni Rotondo, se non la conferma che Dio è padre di tutti, consola gli afflitti, accoglie i malati, ridona pace al cuore? P. Pio richiama tutti all'amore di Dio, alla carità fraterna, alla riscoperta della croce, unica via di salvezza. Anche nell'attuale società consumistica e superficiale. Certo, la devozione popolare è anche esposta ai rischi della superficialità, delle contraffazioni, delle mistificazioni. Ma, questo non può diventare l'alibi per giudicare sbrigativamente il complesso fenomeno della pietà popolare, che, nella sua genuina espressione, è traduzione concreta di un Cristianesimo che si incarna nella storia degli uomini, che si fa cammino e incontro di pellegrini, in cerca dell'Assoluto. Il Giubileo del 2000, al quale intendiamo prepararci con la dovuta attenzione, deve stimolarci tutti a ripensare l'importanza della vita cristiana nella storia del nostro territorio. Non per una sterile rivendicazione di primato, ma per una oggettiva constatazione di una vivificante presenza che si è impressa nella storia ed è diventata stile di vita, che dobbiamo continuare a rendere vivo e presente nei costumi della nostra gente. Oggi, sono in gioco le sorti dell'umanità. Ad una svolta epocale della storia, noi ci presentiamo con il cuore pieno di speranza, senza alcun timore. Le paure millenaristiche non hanno niente a che fare con la forza della fede che si proietta verso il futuro e che intende costruirlo con l'operosità di ogni giorno. Grazie al Padre Villani e a Giuseppe Soccio, per il diligente lavoro di ricerca. Grazie all'Amministrazione Provinciale che si è fatta carico della pubblicazione del volume. Siamo, così, in grado di proseguire il cammino dei pellegrini che hanno attraversato le nostre strade. Diventando anche noi "concittadini dei santi e familiari di Dio" (Ef 2,20).
LE VIE E LA MEMORIA DEI PADRI
Centralità del Gargano Sono oltre 1500 anni che qui i pellegrini sono di casa e le nostre contrade risuonano del canto della loro fede, delle loro povertà e delle loro speranze. Si rinnova di anno in anno il miracolo di un andare che è grazia e benedizione. Alle figure dolenti dei pellegrini antichi, stanchi, impolverati, arsi dal sole, con i piedi sanguinanti, seguono i moderni pellegrini motorizzati, forse fisicamente più riposati e soddisfatti, ma ugualmente animati dal perenne desiderio del ritorno alla Casa del Padre. Chi viene in Capitanata scopre che i pellegrinaggi non sono affatto una pratica definitivamente consegnata al passato. Nota, anzi, che sono in netta crescita. Negli ultimi cinquanta anni, infatti, ai tradizionali santuari garganici di San Michele a Monte Sant'Angelo, di San Matteo e Santa Maria di Stignano a San Marco in Lamis, si è aggiunto quello di Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo che custodisce la tomba del Beato P. Pio da Pietrelcina. Il movimento devoto alimentato soprattutto dai Gruppi di Preghiera di P. Pio ha rilanciato su scena mondiale la fisionomia spirituale del Gargano come terra di santuari. E così il Gargano, che nel Medioevo era uno dei massimi centri di aggregazione religiosa per via della Grotta dell'Arcangelo San Michele, ai nostri giorni ha ripreso questa sua antica funzione di grande santuario della cristianità per merito di P. Pio. Anche oggi il Gargano è l'elemento che dà unità spirituale e storica a tutta la complessa geografia religiosa della Capitanata. I percorsi religiosi convergono verso i santuari montani e da questi si diramano verso gli altri centri religiosi costituendo un complesso spirituale organicamente strutturato. La centralità del Gargano nel paesaggio religioso della Capitanata è un fatto attestato fin da epoche precristiane. Strabone e Licofrone parlano dei due santuari dedicati a Calcante e a Podalirio; recentissime scoperte archeologiche hanno messo in luce a Vieste un santuario dedicato a Venere Sosandra, ubicato in una grotta naturale, attivo dal III secolo a. C. alla tarda età romana. La grotta è tappezzata di ringraziamenti di naviganti alla dea per averli salvati dal naufragio. A Manfredonia è stato scoperto un interessante santuario nella Grotta Scaloria con tracce di culti della Dea Madre e delle acque. Non crediamo si vada molto lontano dalla realtà affermando che il Gargano ha la naturale vocazione ad essere un santuario. Con la sua mole apparentemente inaccessibile e solitaria offre alcuni importanti elementi naturalistici ricorrenti nella storia delle religioni: la montagna, solitaria fra pianura e mare, si perde nel cielo; su di essa la divinità poggia il suo piede e fa sentire la sua voce. La montagna, poi, è la roccia salda, punto di riferimento del viandante, che dà sicurezza ai naviganti e li accoglie nel seno delle sue grotte con atto di immensa pietà. Marcello Cavaglieri nel suo Pellegrino al Gargano, con secentesco ardimento, afferma che la montagna stessa, nella sua lunga storia, si è adattata a questa funzione costringendo le sue rocce a ricovero della religione: "Dico bene, che contemplando un grandissimo sasso in giro a modo appunto di Chiostro naturalmente formato, mi pare di poter dire che la natura contribuisse le più dure viscere in ricovero della Religione, allorché, per non essere mondana, fuggendo a tutta carriera il Mondo, elesse per asilo il Gargano".
Il Gargano e la Puglia piana nella storia dei pellegrinaggi pugliesi Per meglio comprendere il complesso dei santuari della Capitanata, i loro meccanismi interni, le relazioni intercorrenti fra l'uno e l'altro, i pellegrinaggi, come anche la specificità dei singoli santuari, è necessario identificare alcuni elementi fondamentali della storia religiosa, sociale ed economica della regione. Prima di tutto è necessario operare una distinzione temporale. Nell'ambito dell'acquisita centralità del Gargano qualsiasi riflessione sui santuari della Capitanata deve tener conto di due periodi. Il primo va dalla fine del sec. V all'inizio della seconda metà del sec. XX; in questo periodo il centro spirituale più importante è la Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo. L'altro periodo è costituito dagli ultimi 50 anni, dominato dal fenomeno di P. Pio da Pietrelcina. Questo tempo è caratterizzato dai mutamenti epocali dei comportamenti, dal tramonto della civiltà contadina, dall'urbanizzazione, dall'evoluzione dei trasporti, dai profondi cambiamenti avvenuti a livello di comunicazione religiosa e quant'altro è intervenuto per favorire la rapida trasformazione di un costume religioso che sembrava consolidato nei secoli. Per quanto riguarda il primo periodo, vediamo come la Capitanata risulti unificata religiosamente intorno al Gargano e al suo maggiore centro religioso di Monte Sant'Angelo mediante una serie di percorsi tracciati dalla storia civile e religiosa.
I percorsi dei pellegrini La "Via Francesca" chiamata "Via Sacra Langobardorum"
Fra tutti i percorsi devoti che s'intrecciano nella Capitanata, il più importante è la "Via Francesca", chiamata anche "Via Sacra Langobardorum", su cui sono posti in successione e a distanza regolare i santuari di Santa Maria di Stignano e di San Matteo in territorio di San Marco in Lamis, la lo-«^ tomba di P. Pio a San Giovanni Rotondo, la Grotta di San Michele s a Monte Sant'Angelo, San Leonardo di Siponto a Manfredonia e, infine, il santuario dell'Incoronata a Foggia.
È l'antica strada dei pellegrini che, provenienti dalle regioni settentrionali, cominciavano a salire sul Gargano dalla valle di Stignano che costituisce l'imboccatura sud-occidentale del promontorio. Il nome e la funzione della strada sono attestati fin dal 1030 in un diploma del Catapano bizantino Bicciano riguardante l'abbazia di San Giovanni in Lamis, oggi convento di San Matteo. La strada attraversa le città di San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo rasentando i rilievi più alti del Gargano, Monte Celano, Monte Nero e Monte Calvo. Termina il suo corso dopo Manfredonia nel centro del Tavoliere assolato. Al percorso la tradizione ha assegnato un nome nobile e importante "Via Sacra Langobardorum". La storia della Basilica di San Michele a Monte Sant'Angelo è strettamente intrecciata con le vicende di questo popolo. I nomi delle regina Ansa, di Romualdo II, di Gisulfo II ricorrenti sulle pareti della Basilica, documentano un rapporto privilegiato fra i Longobardi e San Michele. Lo stesso racconto delle apparizioni di San Michele è legato alla successione degli eventi relativi al loro arrivo. In tutta la zona si scoprono continuamente le loro presenze. I Longobardi furono i più fedeli ed entusiasti devoti di San Michele e diffusori del suo culto in tutta Europa. Questo fatto ha conferito alla "Via Sacra Langobardorum" una sigolare apertura alle popolazioni italiane e straniere più disparate. Sono significative le antichissime tracce che i pellegrini provenienti dall'Irlanda, dalla Bretagna e da altre parti d'Europa hanno lasciato sulle pareti del santuario. Ugualmente significativo è che al termine della "Via" ci sia il santuario dell'Incoronata di Foggia il quale salda il percorso devoto della "Via Francesca" con le strade, altrettanto antiche, della transumanza. È noto che quello di San Michele era nel Medio Evo uno dei grandi santuari della cristianità insieme a San Giacomo di Compostela, le Tombe degli Apostoli a Roma e il Sepolcro di Gesù in Terra Santa. L'intero percorso di questi grandi santuari era identificato col motto Deus, Angelus, Homo. Durante il periodo delle Crociate, il Gargano con i suoi santuari era uno dei punti dove più frequentemente s'incrociavano guerrieri e pellegrini. La dimensione europea della "Via Francesca" è negli ultimi tempi confermata dal flusso incessante di pellegrini provenienti da tutte le nazioni europee e molte extra europee dirette alla tomba di P. Pio, attuamente il più grande dei santuari garganici, anche se ultimo in ordine di tempo. Il tracciato della "Via" è scandito da resti di cappelle votive, xenodochi, luoghi di sosta muniti di pozzi. Alcuni di questi luoghi nel tempo sono diventati abbazie famose, come quelle di San Giovanni in Lamis, oggi convento di San Matteo, e San Leonardo di Siponto; altri sono diventate delle città come San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Monte Sant'Angelo. Di altri sono conservati ruderi e sbiadite tracce; di alcuni sono rimasti i toponimi riportati su vecchie carte geografiche. I pellegrini attuali, muniti di comodi mezzi di locomozione, sono rimasti sostanzialmente fedeli al percorso tradizionale, legati a questi luoghi da rituali secolari che pongono in unica catena i santuari di Santa Maria di Stignano, San Matteo, la tomba di P. Pio, San Michele, San Leonardo di Siponto e l'Incoronata di Foggia. È importante notare, infatti, che la "Via" è costituita da un complesso unitario di santuari, i quali nel loro insieme esprimono uno sviluppo spirituale progressivo e conseguenziale. È, quindi, una strada devota da percorrere nella sua interezza perché rappresenta, nella successione delle tappe e nella completezza dei suoi richiami spirituali, il percorso di conversione che il cristiano è chiamato a compiere. Per questo motivo gli antichi Rituali di pellegrinaggio la presentavano come un cammino spirituale denso di preghiera, di opere penitenziali e di slanci di gioia, colmo di contemplazione. Il penoso e stancoso viaggio di sette giorni, così lo definisce il Rituale di Ripabottoni, era un vero e proprio corso di esercizi spirituali itineranti in cui i santuari rappresentavano i momenti essenziali del terreno viaggio: il ricordo del battesimo, che dà inizio al pellegrinaggio, la strada tracciata dai santi da percorrere con umiltà e gioia, l'incontro col Signore nel luogo inquietante dell'apparizione dell'Arcangelo, la gioia del ritorno. Il cammino di conversione inizia con la benedizione di Maria Santissima di Stignano, prosegue nel segno di San Matteo, P. Pio, San Michele e San Leonardo nostri avvocati; termina con l'abbraccio dolcissimo della Madonna Incoronata di Foggia. La Madonna di Stignano è la Paradisi Porta attraverso la quale Dio dona agli uomini il suo Figlio unigenito, Gesù nostro fratello e redentore, ed esorta i pellegrini a vivere le promesse battesimali seguendo le orme del suo Figlio: fate quello che egli vi dirà. San Matteo col suo vangelo rappresenta la via della Parola di Dio. P. Pio e San Leonardo sono esempi splendidi di uomini che hanno seguito fino in fondo il Vangelo. La Grotta di San Michele è il punto culminante dell'itinerario spirituale del pellegrino, dove l'uomo si trova solo con la sua coscienza, sospeso sulla montagna fra cielo e terra, pronto a dire a Dio e agli Angeli suoi un si o un no semplice e definitivo. La Vergine Incoronata di Foggia rappresenta ancora la Felix coeli porta attraverso cui gli uomini, finalmente pacificati, entrano nella casa del Signore. Il santuario dell'Incoronata di Foggia è la tappa finale della "Via Sacra Langobardorum" esso stesso al centro di una specifica zona di percorso della transumanza, da vaste zone della a del Subappennino occidentale e dalla Daunia centro meridionale fino ai piedi delle Murge.
La "Strada di Puglia" Altro percorso che menenava ai santuari garganici era la "Strada di Puglia", così chiamata nei documenti dal sec. XVII in poi. Il percorso proveniva dalla Terra di Lavoro; legandosi alla Via Appia, attraversata l'Irpinia e la valle di Bovino, sfociava nelle pianure del Tavoliere. Per ) al Gargano i pellegrini della Campania, del eli'Umbria e delle altre regioni settentrionali. Per questa via giungevano al Gargano i pellegrini della Campania, del Lazio, della Toscana, dell'Umbria e delle altre regioni settentrionali. Il ricordo storico di questa via di pellegrini è costituito da molti documenti fra cui Redelgisi et Siginulfl Divisio Ducatus Beneventani dell'849, in cui si afferma che Redelgiso si era impegnato a permettere ai pellegrini un agevole cammino verso la Grotta di San Michele a Monte Sant'Angelo. Anche questo percorso era costellato di strutture di accoglienza e di assistenza ai pellegrini: già dal secolo XIII a Bovino esisteva un ospedale gestito dal vescovo Roberto per i pellegrini che si recavano sul Gargano.
Le strade della transumanza Importanti dal punto di vista religioso sono state anche le vie della transumanza. Fino agli inizi del sec. XIX Foggia fu sede della Regia Dogana delle pecore, centro amministrativo della zona, comprendente quasi l'intera Capitanata, assegnata ai pascoli invernali delle greggi provenienti dall'Abruzzo. Ogni anno, agli inizi dell'autunno, una fiumana di uomini e pecore scendevano dalle fredde balze dell'Abruzzo. Loro meta erano le vaste pianure del Tavoliere che le piogge settembrine avevano ricoperto di manto verde. Le aride e deserte steppe della Capitanata si animavano di vita nuova da settembre a maggio. Centro religioso di tutta questa popolazione nomade era il santuario dell'Incoronata, presso Foggia. Ad esso confluivano i devoti pastori. Quando partivano, verso la metà di maggio, portavano con sé, struggente, l'immagine della Madonna nera seduta sull'albero nella solitaria chiesetta eretta nel bosco di antiche querce. Pian piano il culto dell'Incoronata valicò i confini del Tavoliere e dovunque i pastori ponessero la loro residenza. Si venne a costruire un vero e proprio sistema di santuari dedicati alla Madonna Incoronata, tutti legati indissolubilmente ai percorsi della transumanza. I più lontani: in Abruzzo l'Incoronata di Pescasseroli al termine del tratturo che lega questa città a Foggia; l'Incoronata di Vasto nei pressi del tratturo regio; nella terra di Bari, l'Incoronata di Minervino Murge, al termine di un percorso costituito dal tratturo dell'Ofanto, su cui s'innestano il braccio e il tratturello fino a Minervino. In Capitanata lsono diversi i santuari e le chiese dedicati all'Incoronata nati da specifiche esigenze devozionali dei pastori abruzzesi fra cui i più importanti sono quelli di Ascoli Satriano e di Apricena. Ognuno di questi Santuari è tuttora, in qualche modo, affiliato al primo santuario dedicato all'Incoronata di Foggia. Nonostante, infatti, ciascuno di essi soddisfi alla richiesta devozionale delle singole zone, pur tuttavia anche oggi dalle stesse zone continuano a partire numerosi pellegrinaggi alla volta di Foggia, si ripetono usi religiosi e devozioni proprie del santuario foggiano.
Santi Pellegrini e Fondatori Un altro elemento, che conferisce unità alla geografia religiosa della Capitanata e che ha contribuito alla configurazione di un sistema santuariale così complesso e organico, è costituito dai santi pellegrini che hanno percorso le sue vie lasciando in queste contrade segni indelebili nelle case religiose che hanno fondato, alcune delle quali importantissime per la storia religiosa del Gargano e della Capitanata.
Guglielmo e Pellegrino II secolo XII è fecondo di fermenti religiosi. La Crociata di Goffredo di Buglione aveva riaperto le strade dell'Oriente. In Capitanata alle tradizionali vie dei pellegrini si erano aggiunti i nuovi percorsi dei Crociati, con le soste e gli ospedali. La Puglia normanna era diventata la sponda europea più prossima alle agognate plaghe della Palestina e della Siria; un crocevia di stirpi e lingue diverse dove cavalieri, santi e avventurieri di ogni tipo s'incrociavano scambiandosi notizie e consigli, fraternizzando e litigando, tutti diretti in Terra Santa. Il Santuario di San Michele sul Gargano s'inseriva in questo percorso con la sua precipua funzione di ultimo grande santuario occidentale prima della pericolosa avventura della Terra Santa dalla quale i crociati speravano di ritornare sani e salvi. Era perciò meta frequentatissima sia dei pellegrini in transito verso la Palestina, che di quelli sulla via del ritorno. Anche la storia dei santi Guglielmo e Pellegrino, i santi patroni di Foggia, s'inserisce in questo andare e venire frenetico di romei e di eserciti. Guglielmo e suo figlio Pellegrino, di famiglia occidentale trapiantata in Siria con le Crociate, dalla natia Antiochia, verso la metà del sec. XII sbarcarono a Brindisi decisi a percorrere le stesse vie devote che furono dei loro antenati. Strada facendo pregavano e benedicevano, vivevano di elemosine e servivano gli ammalati negli ospedali. Così arrivarono al Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo. Si stabilirono poi a Foggia, affascinati dal nome della gran Madre di Dio, la cui prodigiosa immagine, detta dell'Icona Vetere, si venera ancora nella chiesa maggiore della città. Morirono insieme, come avevano desiderato, nell'abbraccio di Dio e furono venerati come santi patroni di Foggia.
Guglielmo da Vercelli e Giovanni da Matera Ma il XII secolo era ricco anche di altre istanze religiose di cui sono testimoni alcuni tra i personaggi più interessanti della storia religiosa del Mezzogiorno d'Italia. Il grande movimento riformatore monastico, iniziato a Cluny nel cuore della Francia nel sec. X, aveva riempito di nuovi fermenti tutta l'Europa. Dopo il torpore del "secolo oscuro", la Chiesa aveva imboccato il difficile cammino della restaurazione svegliando le sue energie nascoste. È il tempo di S. Gregorio VII, di Matilde di Canossa e di S. Bernardo. Nella nostra Capitanata quest'ansia rinnovatrice, interpretata in rapporto alle nuove esigenze operative e di spiritualità della Chiesa locale, era arrivata nel sec. XII con Guglielmo da Vercelli e Giovanni da Matera, ambedue eremiti e apostoli, pellegrini ricercatori appassionati di una perfezione inferiore che fosse in pari tempo linguaggio e testimonanza. La storia ci narra le loro peripezie e di come, dopo lungo cercare, abbiano finalmente trovato, intorno al Gargano e alla Capitanata, il luogo della loro pace. Guglielmo da Vercelli, dopo aver dimorato a lungo presso la Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo, fondò il monastero di Montevergine e, infine, si ritirò all'Incoronata di Foggia per vivere in solitudine con pochi compagni e dedicarsi all'apostolato fra i contadini dauni e i pastori abruzzesi. Giovanni da Matera, amico e discepolo di Guglielmo, dopo molte esperienze, finalmente trovò la sua dimora nell'antico e ormai abbandonato monastero di S. Gregorio a Pulsano, ribattezzato "Santa Maria di Pulsano". I monasteri fondati dai due santi hanno avuto una parte non piccola nella storia civile e religiosa della Capitanata. A questo punto è da ricordare anche il beato Giovanni da Tufara fondatore dell'abbazia di S. Maria del Gualdo a Mazzocca presso Foiano di Val Fortore, contemporaneo dei due santi di cui si è fatto cenno, il quale, avendo in comune con loro molta parte dell'esperienza religiosa, percorse a lungo le aspre balze del Gargano alla ricerca di un luogo dove vivere in povertà prima di scegliere la solitaria pace della Valle Fortore. Tra gli studiosi va sempre più prendendo piede l'opinione che Giovanni da Matera, come del resto il suo maestro Guglielmo da Vercelli, anche se è da considerare un rappresentante di quella rinascita che da Cluny si irradiò per tutta l'Europa, purtuttavia rappresenta un superamento dell'impostazione eminentemente monastica dei cluniacensi con il forte impegno pastorale assunto come dimensione abituale della vita religiosa. Per questo motivo i pulsanesi preannunciano la nascita degli ordini mendicanti. Anzi, secondo alcuni, l'ordine pulsanese è quello che più da vicino prefigura la spiritualità francescana. È da notare, poi, che sul Gargano già prima che arrivasse Giovanni da Matera esisteva già una robusta esperienza pastorale a favore dei pellegrini da parte dei monaci benedettini di San Giovanni in Lamis, attualmente convento di San Matteo presso San Marco in Lamis.
Francesco d'Assisi La venuta di San Francesco sul Gargano è una delle affermazioni a cui gli storici locali sono più affezionati. In effetti la tradizione trova fondamento su documenti trecenteschi; si appoggia anche sulla grande devozione che San Francesco aveva per l'Arcangelo San Michele a cui ogni anno dedicava una delle sue molte quaresime. La tradizione, in tutti i casi, è importante perché richiama l'antichità e la profondità dei rapporti che le popolazioni daune e garganiche hanno avuto nei secoli con tutto il movimento francescano. La presenza francescana sul Gargano e nella Capitanata, stabilitasi nella prima metà del sec. XIII, diede seguito, rendendolo definitivo, al particolare fenomeno monastico con specifica impronta apostolica iniziato dai santi Guglielmo da Vercelli e Giovanni da Matera nel sec. XII. Alcuni conventi francescani risalgono a pochi decenni dalla morte di San Francesco. Gli altri sono sorti nei secoli seguenti con la presenza di tutte le famiglie francescane, i Conventuali, gli Osservanti, i Cappuccini e i Riformati, le Clarisse e una moltitudine di case di suore francescane. Parecchi conventi della prima ora sono da mettere in relazione con le antiche strade percorse dai pellegrini: Casalenovum alle pendici occidentali del Gargano, San Giovanni Rotondo, Monte Sant'Angelo, Siponto, Foggia erano posti sul tracciato della cosiddetta "Via Sacra Langobardorum", mentre i conventi di Cagnano, Rodi e Peschici erano dislocati sulla strada che dopo aver seguito il litorale settentrionale del Gargano, per mulattiere interne, porta al Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo. L'intenzione apostolica è del tutto evidente da questa dislocazione strategicamente progettata per raggiungere facilmente i villaggi abitati dalle popolazioni locali e per seguire con efficienza il flusso dei pellegrini diretti ai santuari montani o che da questi scendevano per visitare quelli della pianura. Anche nell'evo moderno la preoccupazione di rispondere alle esigenze spirituali dei pellegrini è chiara nell'apertura delle due case francescane che più di tutte le altre sono legate, sia nella loro genesi che nella loro storia, all'incessante fluire di gente verso i santuari: i conventi di Santa Maria di Stignano e di San Matteo, ambedue nei pressi di San Marco in Lamis, ambedue tappe importanti sulla cosiddetta "Via Sacra Langobardorum".
I Santuari Mariani in Capitanata È appena il caso di accennare, perché sotto gli occhi di tutti, che su 29 santuari, quelli dedicati alla Madonna sono 23. È vero che il più importante santuario della storia di Capitanata, quello di San Michele, non è mariano e che a San Giovanni Rotondo l'interesse dei pellegrini si è spostato da tempo intorno alla tomba di P. Pio da Pietrelcina. Ma è vero anche che i santuari mariani in Capitanata sono capillarmente e uniformemente diffusi. La devozione alla Madonna è l'elemento base della spiritualità delle popolazioni daune. La storia di alcuni santuari mariani si identifica con la storia della città stessa e la vita delle popolazioni viene scandita dalla sequenza delle feste mariane. Il maggior santuario mariano della Capitanata, l'Incoronata di Foggia, ha una straordinaria forza di irradiazione. Nei tempi passati analoga caratteristica avevano i santuari della Madonna di Pulsano e quello di Stignano. Pulsano svolgeva il suo ruolo soprattutto nelle popolazioni garganiche e fra i pellegrini diretti alla Grotta di San Michele. Il Santuario di Stignano, invece, irradiava la sua influenza in tutta la Capitanata centro-settentrionale e il Gargano sud-occidentale abbracciando città come Foggia, San Severo, San Marco in Lamis, Sannicandro; si saldava, inoltre, ai percorsi della transumanza.
I Santuari della Capitanata oggi Questi ultimi cinquant'anni hanno portato un notevole mutamento nella fenomenologia del pellegrinaggio. I pellegrini non arrivano più a piedi, ne rimangono lontani dai luoghi di origine più di qualche giorno. Sono venuti meno, quindi, usi e costumanze religiose derivanti dalla specifica configurazione dei pellegrinaggi di un tempo. Anche lo spazio dedicato al sacro si è ridotto, razionalizzandosi, passando cioè da forme spontanee, in cui predominavano espressioni tradizionali e locali ispirate a forme individuali o etniche, a forme più canoniche e organizzate, meno fantasiose e meno localmente caratterizzate. Il santuario principale, pur rimanendo intatta la centralità del Gargano, non è più la Grotta di San Michele, bensì la tomba di P. Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo. Questo fatto, tuttavia, non ha nuociuto al sistema di santuari già esistenti che, anzi, è risultato sostanzialmente potenziato, accogliendo non solo i pellegrini tradizionali ma anche i nuovi pellegrini diretti alla tomba di P. Pio la quale, pur essendo il più giovane dei santuari della Capitanata, si è inserita con un ruolo proprio nell'insieme dei percorsi stabiliti dalla storia, i quali risultano, in questo modo, sostanzialmente inalterati. Anche l'internazionalizzazione delle comitive ha provocato una maggiore frequentazione di quasi tutti i santuari: mentre fino al 1950 la totalità dei pellegrini proveniva dalla Puglia, dall'Abruzzo, dal Molise, dalla Basilicata, dalla Campania e dal Lazio meridionale, ora il movimento devoto impegna tutte le regioni d'Italia, molti paesi europei e diversi extra europei. Un altro dato da tenere in considerazione è l'aumento delle presenze dei pellegrini i quali oggi nella zona di San Giovanni Rotondo si aggirano intorno ai cinque milioni di unità annue.
I Santuari della Capitanata e i loro beni culturali Vale la pena sottolineare, in questa sede, che i Santuari della Capitanata sono un bene da conservare e tutelare come eredità preziosa dei padri. Ci si riferisce in primo luogo agli stessi edifici santuariali, spesso caratterizzati da emergenze artistiche di grande rilievo, e agli ambienti naturali nei quali essi sono inseriti. Ci si riferisce, parimenti, a tutti i manufatti accumulatisi nel tempo ad opera dei pellegrini. Quando si scende nella Grotta dell'Arcangelo a Monte Sant'Angelo non si può non notare la continuità storica e di fede che lega le genti della Capitanata ai loro antenati e alle popolazioni, spesso remote nel tempo e nello spazio, che qui sono salite in devoto pellegrinaggio. Qui l'Italia e l'Europa appaiono unite da tempi immemorabili, nonostante la varietà delle stirpi e delle lingue. I nomi di regine e re longobardi, di papi e di imperatori, di personaggi conosciuti e sconosciuti dai nomi strani e peregrini dalla profondità dei tempi si uniscono con ammirevole e inalterata comunione e continuità con gli attuali pellegrini. Di molti di essi sono rimaste importanti tracce: graffiti ed ex voto, espressioni artistiche e strutture architettoniche, ospedali e luoghi di accoglienza, cappelle votive. Tra le collezioni sono da ricordare quelle degli ex voto sparse un po' dovunque tra i santuari di Capitanata delle quali le più importanti sono quelle di San Michele, dell'Incoronata a Foggia e di San Matteo a San Marco in Lamis. Tra le raccolte devozionali emerge quella del santuario di San Michele a Monte con le sue collezioni di iconografia micaelitica. A questa categoria possono ascriversi anche le opere d'arte realizzate intorno al santuario di P. Pio a San Giovanni Rotondo, dalla grande Via Crucis di Francesco Messina alle varie statue di P. Pio innalzate un po' dovunque. Un'altra fascia di beni culturali conservati nei santuari è costituita da quegli oggetti la cui raccolta e musealizzazione risponde a una ben precisa esigenza, propria dei santuari, di approfondire lo studio del territorio nel quale operano. A questo gruppo possono essere ricondotte la raccolta archeologica di San Matteo, come pure la collezione di sculture proveniente dall'antico monastero di Pulsano conservata, insieme a molte che una volta erano nella Grotta, nei locali longobardi posti nel piano inferiore della Basilica di San Michele. A questa categoria si possono ascrivere anche le collezioni di paramenti liturgici, dei reliquiari e della suppellettile sacra conservate a San Matteo. Non piccola importanza, infine, rivestono gli archivi e le biblioteche fra cui emergono la Biblioteca del Santuario di San Matteo, l'Archivio Capitolare della Cattedrale dell'Iconavetere di Foggia, la Sala di Consultazione "P. Pio" a San Giovanni Rotondo e gli elementi superstiti dell'Archivio di San Michele. |