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Biblioteca Padre Antonio Fania del Convento di San Matteo sul Gargano   Antico stemma francescano

  Mercoledì, 10. Marzo 2010: 5 Utenti online
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XX secolo

Il Convento di San Matteo all'inizio del secolo XX

ll convento di San Matteo all’inizio del secolo XX appariva anche più imponente di quanto lo sia oggi. Il paesaggio in cui s’inseriva non era addolcito dalla grazia dei boschi; i terrazzamenti s’inerpicavano nudi sui pendii e man mano che salivano erano più erti e stretti, svelando, con la fatica dei secoli, la magrezza della terra. Il Monte Celano incombeva col biancore delle sue rocce calcinate scarnite dalla pioggia e dal vento. La valle era percorsa da un torrentello con cui spesso si confondeva la stradicciola dello Starale piena di buche.

In cima alla valle il convento di San Matteo era, insieme, meta e miraggio, sosta obbligata dei tagliaboschi e carbonai della Difesa e dei contadini che scendevano dalle Chiancate, da Zazzano, dal Canalone, da Coppa di Mezzo e, insieme, meta faticosa di pellegrini e devoti. Il piccolo piazzale a maggio ed a settembre s’animava di pellegrini in transito per la Grotta di San Michele. Tra le antiche rocce ricoperte di licheni risuonavano canti e preghiere insieme a belati di greggi transumanti.

I tempi per il convento erano tristi. Le leggi del nuovo Governo lo avevano privato dei suoi custodi, i Frati Minori, che lo avevano vivificato negli ultimi tre secoli. Il 31 dicembre 1866 l’ultimo frate abbandonò il convento lasciandosi alle spalle un edificio imponente, bello da vedere, pieno di ogni ben di Dio, da mangiare e da bere, l’archivio, la biblioteca, la chiesa densa di opere d’arte, una sacrestia con i preziosi vasi sacri ed i paramenti, gli ex voto, i mobili; un patrimonio immenso cresciuto in oltre tre secoli di lavoro a cui faceva ben misero riscontro il cencioso fardello con pochi stracci personali che l’ultimo frate si trascinava verso il suo esilio.

Fin dal principio fu chiaro che il convento di San Matteo non avrebbe arricchito i nuovi padroni. Nel 1867 il Demanio cedette il convento al Comune di San Marco in Lamis il quale non ci mise moto a capire di aver fatto un cattivo affare; qualcuno cominciò a considerare la possibilità di riaffidarlo ai vecchi proprietari, i Frati Minori.

Non passò molto tempo che i segni della decadenza e dell’abbandono furono evidenti. L’interno del convento, pur con significativi ricordi della sua gloria passata, rivelava per intero l’attuale miseria: abbandonato a ondate varie e discontinue di uomini e bestie, di ideologie e interessi, un luogo a cui la storia recente era stata matrigna. Nei piani inferiori, non più frequentati dalle greggi, si davano ritrovo falchi e pipistrelli, volpi, puzzole e faine. I muri esterni, coperti di rovi, s’animavano di alveari.

I progetti di riutilizzo si affastellavano e s’incrociavano; il Comune, la Provincia, Enti vari, tutti avevano da dir la loro. La dura oggettività, tuttavia, ineluttabilmente s’imponeva. Oltre tutto, il ripristino avrebbe fagocitato per molti anni larga parte del magro bilancio comunale e fors’anche di quello provinciale. Nessuno sapeva che farsene di un edificio storico, venerando, imponente, bellissimo, ma scomodissimo, mal messo, col tetto sfondato, senza rendite e lontano dalle vie di comunicazione.

Nel frattempo al Municipio di San Marco l’ipotesi di ridare il convento ai Frati guadagnava terreno. Nel 1885 un fratello laico, fra Matteo Donato Tancredi di San Marco in Lamis risparmiando sulle 95 lire annue che gli passava il Fondo per il Culto e con qualche lavoro aveva comprato dal Demanio il fondo rustico, una volta orto del Convento, posto sul lato meridionale del convento stesso. Il 6 maggio dello stesso anno, dal Comune di San Marco, in aperto dissenso con quanto il Governo aveva stabilito, fu spedita una missiva alla volta di Roma, convento di Aracœli, Curia Generale dei Frati Minori, in cui si chiedeva di considerare la possibilità del ritorno dei frati.

I frati, tornati alla chetichella col favore della popolazione sanmarchese e l’aperta complicità delle autorità cittadine, condividevano il convento con cavalli, cani, pecore e soldati; qualche volta con i briganti. Governavano la chiesa vivendo in pochi locali. Per diciannove anni l’Amministrazione Comunale di San Marco in Lamis cercò di salvare capre e cavoli, ossia le esigenze dei frati e della popolazione da una parte e quelle delle ‘legalità’ dall’altra.

Fu con un sospiro di sollievo che nel 1904 i governanti locali lessero la proposta di affidare ufficialmente, e dietro pagamento di adeguato affitto, il convento ai Frati Minori. Si convenne l’annua somma di £. 500, in seguito ridotta a £. 300; la somma, a dir la verità, era esigua, ma aveva il suo corrispettivo nell’impegno dei Frati di provvedere alla manutenzione ed alle opere murarie necessarie.

La comunità era giovane e decisa a sfidare la vita. Assistere i pellegrini fu il lavoro principale, insieme alla difficile arte di sopravvivere in un luogo dove tutto era da inventare e costruire. Ma al convento di San Matteo i nuovi tempi richiedevano molto di più. I superiori vollero che il convento fosse sede dello Studio Teologico della Provincia monastica. Era la prima volta che l‘antico monastero, da quando era diventato convento francescano nel 1578, era chiamato ad un compito culturale così impegnativo. Questa prima esperienza segnò definitivamente il destino del convento di San Matteo che da allora fu sempre uno dei centri culturali più fervidi della Capitanata.

Si viveva con l’entusiasmo dei pionieri: tutti intenti a scoprire caratteristiche e possibilità, tessere rapporti. In questa atmosfera vivace e creativa, i Frati il 6 aprile del 1908 tennero a battesimo il vicino Villaggio San Matteo, in seguito chiamato Borgo Celano. All’inizio del secolo XX San Marco in Lamis sfiorava i 18.000 abitanti che vivevano stipati in poche strade disposte intorno al torrente Jana. Alcuni artigiani ed operai decisero, con l’aiuto dell’Amministrazione Comunale, di dar vita sul pendio meridionale del Monte Celano al nuovo centro. La prima pietra fu benedetta tra la gioia universale da P. Anselmo Laganaro superiore del convento, mentre il coro dei giovani frati, ammiccando alla disastrosa situazione urbanistica di San Marco in Lamis, cantava il salmo 114 In exitu Israel de Ægipto, domus Iacob de populo barbaro, presentando nel contempo i coraggiosi pionieri del nuovo Villaggio come i nuovi Ebrei che fuggivano da un garganico Egitto altrettanto barbaro ed inospitale.

L’anno seguente fu pubblicato l’opuscolo, Il Santuario di San Matteo Cenni storici, che oggi è una rarità bibliografica. Fu il primo tentativo di darsi una ‘visibilità’ letteraria probabilmente sulla scia dell’interesse suscitato dal resoconto dell’avventuroso viaggio compiuto sul Promontorio dal milanese Antonio Beltramelli pubblicato nel 1907. L’autore dell’opuscolo, un giovanissimo frate originario di San Giovanni Rotondo, si chiamava P. Diomede Scaramuzzi, un nome che di lì a qualche anno si sarebbe imposto sulla scena nazionale come puntiglioso e preparato studioso del pensiero francescano. In quegli anni fu fondata la Biblioteca del convento. Il primo inventario, redatto nel 1905, riportava un elenco di 250 volumi. Ben presto la Biblioteca, sotto la spinta degli interessi culturali dello Studio di Teologia, crebbe rapidamente. Oggi la Biblioteca di San Matteo dispone di un patrimonio di oltre 60.000 volumi, tra cui anche molti libri della Biblioteca privata di uno dei suoi fondatori, P. Diomede Scaramuzzi.

Anche se non erano proprietari dell’edificio, i Frati mal s’adattavano a vederselo rovinare addosso. Nei primi decenni consolidarono molti muri e recuperarono molti locali. In particolare erano preoccupati dello spigolo occidentale del convento che minacciava di scivolare a valle.

Fu così che prese forma di rifare, insieme allo spigolo occidentale del convento, anche la facciata della chiesa. Infatti l’antica chiesa monastica mancava di una facciata. A quei buoni frati non sembrava giusto che secoli di storia rimanessero serrati dietro muraglie impenetrabili.

Reminiscenze di architetture neoclassiche, ormai in disuso, e un pizzico di retorica furono i presupposti dell’opera. Il padre guardiano P. Antonio De Vita, di Castelnuovo Dauno, abbozzò un primo disegno e lo passò a un non meglio precisato Maestro Muratore di Bitonto il quale lo abbellì e gli diede un aspetto più plausibile. Il tutto fu passato all’ing. Amedeo De Filippis il quale gli diede il tocco finale.

Nel 1924 fu mandato come padre guardiano un giovane frate di Valenzano, P. Fedele Brandonisio, così si chiamava, aveva addosso la più tipica delle febbri fratesche: quella della pietra. Dovunque fu mandato, anche dopo la sua esperienza garganica, sempre continuò a trafficare con cazzuola e calcina, magari non sempre con risultati esaltanti, ma col pensiero costantemente rivolto alla rinascita della Provincia, a rendere i conventi più belli, funzionali e adatti ai nuovi tempi. Fu lui che riprese l’idea di P. Antonio De Vita. L’opera fu portata a termine dall’impresa P. Biancardi di Cerignola. Quello che si realizzò solo vagamente somigliava al progetto rivisto e corretto dall’ing. De Filippis.

Nel 1927 l’opera era compiuta e P. Federico Maltagliati, ottimo fotografo, fece la prima fotografia che fu stampata in molte copie. La nuova facciata non poteva esser certo presentata come esempio di armonia e di inserimento organico nel complesso dell’edificio, ma gli entusiasmi erano tali che nessuno se n’accorse. San Matteo era e voleva rimanere un Santuario di popolo, dall’indole semplice e immediata; e tale fu percepito anche nella nuova veste.

La facciata trascinò con sé tutta una serie di lavori e opere nuove la prime delle quali fu la sistemazione del pavimento della chiesa. La nuova facciata, infatti, aveva provocato l’innalzamento della porta di ingresso principale della chiesa posta ad occidente, la quale, a lavori ultimati risultò essere sollevata di cm 70 rispetto al piano della nuova struttura. Questo fatto richiedeva che si creasse una serie di gradini per accedere dal piano della nuova facciata al pavimento della chiesa, o che il pavimento stesso venisse abbassato. Si preferì quest’ultima soluzione la quale, tuttavia sconvolse tutto l’assetto dell’interno della chiesa. Gli altarini laterali rimasero abbarbicati alle pareti della chiesa a mezz’altezza come sarcofagi. Fu necessario smontarli e allungarli per adattarli alla nuova situazione; le mense furono profondamente modificate con delle lastre di cemento poggianti su colonnine, pure di cemento. In fondo alla chiesa, dinanzi all’altar maggiore, si vennero a creare due gradini, i quali furono portati a tre con l’aggiunta di materiale di risulta. L’altare maggiore, infine, fu smontato e ricomposto secondo le esigenze imposte dal nuovo livello del presbiterio il quale, a sua volta, fu delimitato da una bella transenna di marmo alla romana. Si approfittò per rifare anche il trono per la statua lignea di San Matteo. La nuova opera si presentava più slanciata e varia con la sua bella veste di marmi colorati. L’esecuzione fu interamente finanziata da Domenico Gasparro di Cerignola.

Di Cerignola era anche Tommaso Giannatempo il quale donò dodici preziosi candelieri di bronzo, di stile neogotico, che tuttora fanno bella mostra di sé sull’altar maggiore.

Di Cerignola, infine, era Francesco Landriscina che nel 1926 donò il bel dipinto su legno raffigurante San Matteo, opera di G. Coruzzola, incastonato in pregevole cornice d’argento ricoperta di fregi e di viticci. Da allora il quadro fu portato in processione nel giorno della festa del santo. Insomma per far bella la chiesa, P. Fedele scomodò cielo e terra; ma, soprattutto, ebbe il merito di convogliare verso San Matteo le risorse dei più entusiasti e chiassosi devoti del Santo Evangelista, i cerignolani.

Infine fu sistemata sul pavimento della chiesa una lastra marmorea per ricordare ai posteri che l’opera era stata inaugurata mentre tutto il mondo cristiano ricordava il centenario della morte di San Francesco d’Assisi.

La lapide nel bel mezzo della chiesa segnava la fine della ricostruzione di San Matteo dopo le drammatiche vicende della seconda metà dell’Ottocento. Voleva anche dire che la Famiglia Francescana, ricca dell’esperienza di sette secoli di storia, compie sempre il suo cammino a servizio della Chiesa e della società anche in condizioni avverse.

Ancora oggi lo spirito di quei tempi difficili e felici continua a tessere intorno al convento di San Matteo una esaltante rete di rapporti che vede protagonisti, insieme ai Frati, uomini e donne, autorità e semplici cittadini, chierici e laici, tutti uniti, nella specificità dei ruoli e delle competenze, nell’unico amore per i fratelli.

P. Mario Villani

Convento di San Matteo, 13 aprile 2003

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